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Le emozioni di "panas"

Cultura
30 agosto 2006
Un foltissimo pubblico ha assistito con grande trepidazione alla prima visione olmedese del cortometraggio Panas di Marco Antonio Pani.
Nemmeno l’imponente platea de S’Ammassu è risultata bastevole a ospitare tutti coloro che intendevano assistere alla proiezione del filmato. Oltre 600 persone si sono assiepate nei 350 posti a sedere e nei rimanenti spazi in fondo e ai lati della sala. Nonostante il gran caldo gli spettatori hanno compostamente seguito le fasi di presentazione e la successiva proiezione del film e del making off. A testimonianza del grado di interesse e del livello di civiltà degli spettatori, per l’intera durata della manifestazione non si è sentito un solo telefonino squillare per interrompere le forti emozioni di un’opera cinematografica che la comunità olmedese ha, da subito, sentito sua.
La serata è stata introdotta dal Sindaco Luigi Ruiu che ha rivolto il cordiale benvenuto dell’Amministrazione al regista Marco Pani e alla sua troupe, al relatore Giovanni Columbu e a tutti i numerosissimi partecipanti.
L’Assessore alla Cultura Gabriella Isoni ha svolto una breve ma intensa relazione ripercorrendo le tappe di “una affascinante avventura” partita nel luglio 2005 allorquando il “quasi timoroso“ autore presentava il suo progetto al Comune di Olmedo nel tentativo di incontrare adesione e sostegno.
Pani aveva scelto Olmedo per dare vita a un suo vecchio sogno: ricostruire, nel suo paese di origine e attraverso la fascinazione della settima arte, la remota leggenda sarda delle Panas, le madri morte di parto cui il mito della tradizione popolare riservava un destino assurdo e beffardo. Da vittime del fato divenivano ingiustamente colpevoli per la mancata procreazione; dovevano rimanere sospese tra la vita e la morte per sette lunghissimi anni, accovacciate sulle rive dei fiumi, a lavare meccanicamente panni e vesti che i loro figli, non avrebbero mai indossato. Secondo la leggenda bastava però una, seppur minima, interruzione del loro reiterato ufficio funebre a causare l’ineluttabile prosecuzione della loro agonia per altri sette anni a partire da quel momento. Infastidire le panas, avrebbe portato sciagura anche per coloro che le avessero, anche senza volerlo, disturbate.
L’idea-progetto Panas aveva vinto il primo premio del concorso AViSA (Antropologia Visuale in Sardegna) bandito dall’Istituto Superiore Regionale Etnografico di Nuoro e finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna. La sceneggiatura, sempre a firma di Marco Antonio Pani, prevedeva che i dialoghi del film si svolgessero nella variante olmedese della linga sarda logudorese. In relazione alla sua elevatissima valenza culturale, linguistica e antropologica il Comune di Olmedo ha, con molta convinzione, assicurato il cofinanziamento della iniziativa e il massimo supporto organizzativo e logistico.
Le riprese del cortometraggio sono state interamente realizzate a Olmedo nello scorso autunno con una larghissima partecipazione della popolazione locale. Dopo gli affollatissimi provini, i sopralluoghi per le scene interne e esterne, i lavori tecnici di preparazione, sempre con corale partecipazione sono partiti i veri e propri ciak. Olmedesi tutti gli attori e le comparse, in un paese e nelle sue campagne, trasformati in un set a cielo aperto, umile e grandioso, dalla magia del cinema.
Dopo la anteprima a Nuoro lo scorso 8 giugno, finalmente anche a Olmedo è rivissuto il mito delle Panas, merito di un’opera appassionata e coinvolgente, superbamente interpretata da attori non professionisti alla prima esperienza cinematografica.
Nel ruolo di Totoi un Giovanni Masia assolutamente entusiasmante per la sua intensa naturalezza. Alla parte della sfortunata Anna, madre mancata, ha dato vita una incantevole e dolcissima Franca Salaris. Sorprendente l’immedesimazione emotiva di Giovanna Spanedda nel ruolo della madre di Anna. Ieratico nei suoi lineamenti ancestrali Billia Spanu (Totoi anziano). Il delicato ruolo delle Panas è stato assegnato , oltre che a Franca Salaris (Anna) a Letizia Casu, Rossella Carta Mantiglia, Sandra Cubeddu, Tina Cocco, Maria Serena Pintore, Maria Regina Nonna. Le Panas di Marco Pani non hanno assunto, come pure ci si poteva attendere, i tratti di erinni vendicatrici. Abbiamo letto invece nei loro volti e nei loro profondissimi sguardi una smisurata afflizione e il sognante rimpianto della perduta maternità. Talia Piras e Filomena Testoni, nel ruolo di due donne che si recano a lavare i panni, hanno immesso lo spettatore nella trama, con impeccabile dizione “sulumedesa”. Numerosi i bambini coinvolti nel filmato, in una sola sequenza di rara e struggente amabilità. Fra le comparse anche Salvatore Cuboni, curvo e ondeggiante nel trascinare la sua vecchissima moto. A Talia Piras è spettato anche il compito di riproporre con la lievissima melodia della sua voce adamantina una antichissima e commovente ninna nanna olmedese: Drommi fiore meu. Quasi interamente locale la squadra dei collaboratori del regista: i secondi aiuti regista Bruno Cattari e Andrea Gadeddu, le assistenti di produzione Antonella Salaris, Gabriella Gadeddu, Maria Agostina Pinna, Gian Luca Sedda e Gabriella Puledda, l’assistente della scenografia Simona Camboni, l’assistente costumista Nanna Tidore.
Nella sua prolusione Giovanni Columbu, fortemente impegnato nei lavori preparatori per l’attesissima sua ultima fatica sul Vangelo di Gesù, si è dichiarato entusiasta per la riuscita del lavoro del giovane collega Marco Pani. Columbu era rimasto favorevolmente impressionato dal progetto Panas in quanto componente della commissione giudicatrice del premio AViSA. “Ora, dopo aver visto e rivisto il corto, sono ancora più convinto della scelta di premiare l’opera di Marco Pani; il suo non è un documentario, è un film a tutti gli effetti che tuttavia costituisce anche un importantissimo documento culturale” così ha concluso Giovanni Columbu introducendo il pubblico alla visione del film.
Panas è come sospeso nel tempo in una dimensione predittiva ed onirica.
La sceneggiatura prevedeva la ricostruzione della storia negli anni ’70. Ma la collocazione temporale non ha grande rilievo a fronte di immagini che ci depongono in una dimensione volutamente slegata dai rigidi canoni di una narrazione storicistica. Olmedo viene rappresentata con brevi e toccanti riquadri: la Chiesa Parrocchiale, il lavatoio di “Funtana”, le campagne di Talia, Su Padru e Monte Baranta.
La pellicola narra la vicenda di Totoi, giovane pastore, di Anna, sua sposa e della loro bambina non nata. E’ un Tottoi anziano (Billia Spanu) però a comparire per primo nel montaggio. Si sta recando al lavoro a cavallo di un asino. Giunto al lavatoio alla periferia del paese, sente o crede di sentire una antica nenia…, vede o crede di vedere una giovane donna, interpretata da una solare e mediterranea Letizia Casu, intenta a sciacquare una candida veste.
Intanto due donne di mezza età (Talia Piras e Filomena Testoni) recandosi al ruscello con il capo onusto di panni da lavare, odono il lugubre rintocco della campana a morto.
E’ l’alba. Totoi si prepara per la diuturna fatica della campagna. La madre di Anna, nel dormiveglia cerca di dissuaderlo dal recarsi all’ovile per la paura che il genero possa incontrare le Panas e mettere così a repentaglio la vita della figlia e della nascitura; la nonna ha infatti già intuito che sarà una feminedda. Totoi non può tener conto di quella avvisaglia, percepita con malcelato fastidio, e si avvia verso Su Padru. Si trattiene per un attimo di interminabile turbamento e posa la mano sul ventre della moglie, quasi per accarezzare per un’ultima volta, la sposa e la figlia. La prima scena è stata girata all’interno di una casa abbandonata da anni in prossimità del Centro Storico del paese. Un quadro raccolto e toccante, dominato dal confuso e insistito sussurro della madre di Anna, dalle mani oranti di Totoi, dal volto dormiente di Anna, dal muto saluto del pastore alla moglie e alla figlia. Il talento nei movimenti di macchina, l’accurata scenografia, la luce calda e delicata, restituiscono immagini indimenticabili. Marco Pani dipinge Anna addormentata donandole i lineamenti di una Madonna raffaellesca. .
Totoi, giunto alla meta del suo giornaliero migrare, si dispone per il “travaglio usato”, per i gesti, i segni e i riti arcaici della tribolazione della campagna. Da segnalare l’abbagliante nitore delle ritmiche inquadrature della mungitura. Con severa lettura antropologica Marco Pani ci regala una delle più eloquenti rappresentazioni di quel pastoralismo reale (di cui Giovanni Masia è veritiera espressione) purtroppo destinato a divenire, in tempi troppo brevi, un lontano e residuale “souvenir” da rifilare a torme di nostalgici e turisti a caccia di feticci e di fasulle suggestioni.
Intento al ritrovamento di una pecora il pastore rovina a terra e diviene facile preda di un sonno forzato che rapidamente si trasforma in un incubo. Ritorna la severa icona della suocera, desta e silente. Totoi, confuso e inquieto, chiede cosa sia successo. La replica è consegnata a uno sguardo di inaudito dolore e di inappellabile condanna che richiama il verismo pittorico di un Vermeer, come acutamente osservato da Gianni Olla in una delle sue acute riflessioni sul film. Il pastore vola verso a casa attraverso i contrafforti di Monte Baranta, accarezzati da soffici corone di nuvole purpuree. Nel tragitto si imbatte nelle Panas. Attirato dalla melodia di Drommi fore meu, apostrofa la prima, inginocchiata sulla riva di un ruscello, con le fattezze di una lucente Rossella Carta Mantiglia; anche qui a rispondergli è uno sguardo femminile, etereo ma carico di mille significati. Le note della “anninnia” si fanno più vicine ed ecco comparire le altre Panas: Marta Cubeddu, con occhi di lucidissimo rimpianto, Serena Pintore, con materna nostalgia, Maria Regina Nonna, con diafana e arcana tenerezza, Tina Cocco che scruta l’infinito. Degli indimenticabili ritratti delle Panas è insieme preludio e sublime controcanto l’estremo commiato alla vita che Anna offre, presagendo il suo amaro destino, incorniciata dietro la finestra di casa. Qui la sapienza pittorica di Marco Pani raggiunge il suo apice descrittivo ed evocativo.
Totoi continua a correre, disperato, incontro alla sua sposa. Altri funerei presagi rosseggiano sul suo atterrito cammino. E’ forse troppo tardi, una giovane donna si arrampica verso Punta Ruja, libera dal peso della gravidanza ma già oppressa dalla maledizione delle Panas.
Il film ritorna all’anziano pastore al lavatoio, lo sguardo è ancora più lancinante. Totoi sembra cercare e trovare oltre al volto della pana del prologo, un altro viso, che si riflette nell’acqua increspata, cui lanciare un mazzo di fiori di campo. Cui dedicare la lieve e consolatoria carezza della memoria.
Un applauso fragoroso e scrosciante ha accompagnato lo scorrere dei titoli di coda sulle note della Ninna Nanna di Antoni Istene, magistralmente eseguita dal Coro Polifonico Olmedese Incantos diretto dal Dr. Dario Pinna. Interminabile e commovente il tributo di Pani al Comune di Olmedo e alla popolazione cui è andato il “Grazie per sempre da parte di tutta la troupe”. Ancora battimani e acclamazioni infine all’indirizzo di tutti gli attori chiamati dal regista all’onore del proscenio.


Grandi emozioni dunque per un’opera filmica di preziosa energia drammaturgica, rigorosa sul piano antropologico, ricca di inconsuete testimonianze visive e sonore, densa di citazioni e di riferimenti artistici. Appare opportuno riportare un brano di una recensione, cui prima si è fatto cenno, che a Panas ha dedicato Gianni Olla, prima firma di critica cinematografica de La Nuova Sardegna :” Una vera e propria docu-fiction di cui si può di nuovo sottolineare non solo l’originale esplorazione nel mondo fantastico delle tradizioni sarde ma anche la grande ricercatezza estetica del regista, autentico pittore vermeeriano di attimi quotidiani e magici”.
L’autore, con mano sicura, ha davvero scritto un affidabile documento sull’anima di Olmedo e della Sardegna. La rivisitazione del mito delle Panas è un film che ripristina integra la forza veemente e incorruttibile delle più significative emozioni che sono date di provare : la maternità, la paternità, l’amore, la morte. Emozioni che la memoria rinserra nel nostro animo. Gioielli di incomparabile valore che a volte il cinema dissotterra per illuminare l’anonima “routine” delle nostre esistenze.
Emozioni che rivivono nella gioia indicibile di ciascuna maternità e recano il dono della riconciliazione con la vita.
Il film è stato dedicato da Marco Antonio Pani a "Sas feminas de S’Ulumedu".



 
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